Perché alcuni luoghi continuano a chiamarci

oltre la fotografia

Ci sono luoghi che visitiamo una volta e poi dimentichiamo. E poi ci sono luoghi che continuano a tornare nei nostri pensieri anche quando siamo lontani. Non importa quanti chilometri ci separino da loro. Non importa quanto tempo sia passato dall’ultima visita. In qualche modo continuano a essere presenti. Per anni ho pensato che fosse soltanto una questione fotografica. Credevo che il motivo fosse la luce. Oppure il paesaggio. O magari la ricerca dello scatto perfetto.  Poi ho capito che non era così.La verità è che alcune fotografie nascono molto prima di premere il pulsante di scatto. Nascono dal modo in cui un luogo ci fa sentire.

Francesco Depierro

Quando raggiungo luoghi come le Highlands scozzesi o l’altopiano di Campo Imperatore non sto semplicemente cercando un panorama. Sto cercando qualcosa di più difficile da definire. Forse silenzio. Forse spazio. Forse quella sensazione rara che si prova quando il rumore del mondo diventa improvvisamente più distante. In quei momenti la fotografia smette di essere soltanto tecnica. Diventa osservazione. Diventa presenza. Diventa un modo per rallentare.

Il valore dei luoghi remoti

Viviamo in un’epoca in cui tutto sembra progettato per catturare la nostra attenzione. Notifiche. Messaggi. Scadenze. Informazioni continue. Per questo i luoghi remoti hanno un valore sempre più grande. Non perché siano perfetti. Ma perché ci permettono di ascoltare qualcosa che normalmente rimane coperto dal rumore. Il vento. La luce che cambia. Il passaggio delle nuvole. Il tempo che scorre con un ritmo diverso. Sono dettagli semplici, eppure spesso sono proprio questi dettagli a lasciare un segno più profondo.

Scozia e Campo Imperatore

Molti mi chiedono perché continuo a tornare in Scozia. Altri mi chiedono perché passo così tanto tempo a Campo Imperatore.La risposta è la stessa.Perché sono luoghi che riescono ancora a sorprendermi.

Ogni alba è diversa. Ogni tramonto racconta qualcosa di nuovo. Ogni stagione cambia completamente il paesaggio. Ma soprattutto sono luoghi che mi ricordano quanto sia importante osservare senza fretta. La fotografia arriva dopo. Prima arriva l’esperienza.

La ricerca dell' appartenenza

Negli ultimi anni ho iniziato a riflettere su un concetto che è diventato sempre più centrale nel mio lavoro. L’appartenenza. Non intesa come possesso di un luogo. Ma come connessione. Esistono luoghi nei quali ci sentiamo immediatamente a casa, anche se non ci siamo mai stati prima. Luoghi che sembrano parlare una lingua che comprendiamo senza bisogno di traduzioni. Forse è questo il motivo per cui continuiamo a tornarci. Non per vedere qualcosa di nuovo. Ma per ritrovare una parte di noi stessi.

Edge of Belonging

Da questa riflessione nasce Edge of Belonging.

Un progetto che unisce fotografia, viaggio e ricerca personale. Un percorso costruito attraverso paesaggi remoti, incontri e storie. Un tentativo di esplorare quel confine sottile tra il sentirsi stranieri e il sentirsi a casa. Tra il partire e il tornare. Tra il luogo che osserviamo e quello che lentamente inizia ad appartenerci. O forse, più semplicemente, che iniziamo ad appartenere noi.

Conclusione

Forse ogni viaggio è una ricerca. Forse ogni fotografia è una domanda.  Forse alcuni luoghi continuano a chiamarci perché una parte di noi è rimasta lì. E ogni ritorno non è un viaggio verso un paesaggio. È un viaggio verso noi stessi.  È per questo che continuo a tornare. Non per fotografare un luogo. Ma per ascoltare ciò che quel luogo ha ancora da raccontare.

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